GEREMIA di Giovanni Petta

Geremia – Giovanni Petta

Era il quarto o il quinto di una famiglia di otto figli. La cosa strana era che il più grande dei suoi fratelli si chiamava Ottavio. Ottavio… pur essendo il primo. Era come se i genitori avessero programmato tutto e avessero poi messo in atto il piano famigliare. Geremia era a metà della classifica per età che si poteva fare con quella serie di ragazzi meravigliosi, ognuno con una sua particolarità, ognuno con un carattere ben definito.

Il filo che li teneva insieme era la somiglianza fortissima tra di loro, una somiglianza fatta di carnagione scura e occhi nerissimi. Chiunque, nel vederli insieme, li avrebbe riconosciuti come fratelli.

Geremia si ritrovava in quella famiglia con un nome che non capiva e che nessun altro bambino del paese aveva. Nella piccola comunità in cui viveva, il suo nome sembrava un po’ ridicolo e lo esponeva spesso a qualche presa in giro che lo faceva soffrire.

Il papà di Geremia viveva in Francia. Era partito con altri emigranti alla metà degli anni Sessanta. Forse era partito con il proposito di fare fortuna e di chiamare successivamente a sé il resto della famiglia che, al momento della partenza, non era ancora così numerosa. Nel corso degli anni, era tornato raramente e quasi ad ogni ritorno aveva lasciato nella moglie il seme per incrementare sempre di più la famiglia.

In paese si diceva che il papà di Geremia avesse un’altra donna e forse altri figli in Francia e che il lavoro che faceva era molto faticoso. Si diceva che l’uomo si sottoponesse a turni di lavoro durissimi per mantenere se stesso e le due famiglie.

La mamma di Geremia viveva nel decoro più assoluto e non si poneva domande. Né ne faceva al marito quando l’uomo tornava a casa né scriveva i suoi dubbi nelle lettere rarissime che spediva dall’ufficio postale del piccolo paese. Nonostante le lunghe assenze del marito, la donna non aveva mai fatto parlare di sé. Mai i suoi comportamenti erano stati oggetto delle malelingue del paese.

La casa, che la donna curava con dedizione, era in affitto ed era situata a poca distanza dalla piazza. Era una casa su due piani. Al piano terra c’era la cucina con un caminetto che veniva usato, per tutto l’inverno, per riscaldare l’ambiente e per cucinare. C’era un televisore in bianco e nero, collegato a uno stabilizzatore grigio che evitava danni all’apparecchio quando arrivavano sbalzi di corrente dalla rete elettrica privata che serviva le abitazioni del paese.

Dalla cucina si accedeva a uno scantinato in cui la mamma di Geremia conservava le marmellate, il passato di pomodoro, i sottaceti, i sottoli e i succhi di frutta che lei stessa preparava. Al piano di sopra c’erano tre camere da letto. I figli più grandi dormivano, divisi per sesso, nelle due stanze più piccole. Nella camera matrimoniale dormiva la mamma con i due figli nati da poco.

Nelle rare occasioni in cui il papà tornava in Italia e dormiva con loro, i due bambini più piccoli si spostavano nella camera dei fratelli grandi ed era una gioia indescrivibile per tutti dormire sotto  lo stesso tetto con la famiglia al completo.

Quando il papà era sul punto di tornare, si annunciava con una lettera che apriva un periodo di attesa e metteva tutti in fibrillazione.

La mamma smontava e rimontava la casa, puliva e ripuliva ogni angolo, saliva su sedie e tavoli per arrivare, con strofinacci ricavati dalla biancheria più vecchia, nelle parti altre dei mobili e sui piatti di ceramica che sovrastano le lampadine e fungevano da lampadari.

Anche i ragazzi partecipavano alla preparazione dell’arrivo del papà. Sistemavano le loro cose, i giocattoli costruiti con la fantasia, i libri di scuola e si godevano il prurito leggerissimo che sentivano ogni volta che pensavano a ciò che stava accadendo.

La severità di quell’uomo e la sua lontananza lo facevano un eroe, un personaggio epico, agli occhi dei figli. Così, quando arrivava, non c’era mai il chiasso festoso che uno può immaginare ma si faceva subito silenzio, un silenzio bello e allegro. L’uomo apriva le valigie e da lì venivano fuori regali meravigliosi. Erano soprattutto cioccolate giganti con incarti coloratissimi e scritte in francese che era divertente leggere in italiano. Per la mamma c’era sempre un regalo più prezioso e spesso così originale che difficilmente poteva essere indossato o usato dalla donna nella quotidianità del paese di montagna in cui vivevano.

Quando si mettevano a tavola era bellissimo. La mamma riempiva i piatti con pietanze che venivano preparate solo in occasioni importanti: pasta con il sugo di agnello, poi l’agnello utilizzato per il sugo e tanti contorni fatti con le patate e gli ortaggi che la donna coltivava nel piccolo terreno adiacente la casa e con le melanzane e i peperoni sott’olio o sott’aceto preparate nella giusta stagione.

A tavola non si parlava molto: i figli erano intimoriti e intimiditi dalla presenza di quell’uomo grosso e silenzioso. Il papà e la mamma, da parte loro, erano di carattere riservato. Forse il numero delle parole che si erano scambiati per lettera era maggiore di quello delle parole che si erano detti a voce nel corso di tutta la loro esistenza.

Geremia mangiava con appetito e aveva l’impressione che i colori della tovaglia, dei mobili e delle magliette indossate dai fratelli, fossero più intensi del solito. Probabilmente, diceva a se stesso, era perché la mamma aveva pulito anche la lampadina.

Quando i bambini si mettevano a letto non riuscivano subito a prendere sonno. Avrebbero voluto saltare sui letti per scaricare la gioia che provavano ma nessuno di loro lo faceva nel timore di un rimprovero o anche solo per non disturbare il papà che aveva viaggiato a lungo per trascorrere qualche giorno con loro.

Geremia si godeva, tra le lenzuola, quella sensazione di sicurezza e di protezione e pregava in silenzio affinché suo padre non ripartisse. Sperava che accadesse qualcosa e che suo padre fosse costretto a rimanere con lui per sempre.

Ma ciò non accadeva mai. Suo padre non rimaneva mai per più di una settimana e quando ripartiva scendeva su tutti loro una tristezza densa e pastosa. Mai un a lacrima però veniva versata. Nemmeno dai figli più piccoli. Il giorno prima della partenza, la mamma aiutava suo marito a preparare le valigie che erano vuote dei regali dispensati e venivano riempite con la biancheria rimessa a nuovo e con le conserve, i salumi e i formaggi acquistati dai pastori e dai contadini del paese.

Il giorno della partenza, i bambini si mettevano in fila per essere salutati ma non c’erano baci. L’uomo non baciava mai si suoi figli. Borbottava qualcosa di incomprensibile, passava la mano sul capo di qualcuno di loro, a caso, e si infilava velocemente nell’auto che un vicino di casa metteva a disposizione per il viaggio verso la stazione ferroviaria più vicina.

I bambini osservavano la macchina che si allontanava e tornavano in casa, alle loro occupazioni. Ognuno di loro aveva un gioco per vincere la sofferenza che prendeva alla gola e allo stomaco. Geremia aveva un arco con le frecce. E un bersaglio che aveva disegnato e colorato da solo su un pezzo di cartone recuperato nella discarica del paese. Mirava concentrato e diceva tra sé: “Se faccio centro papà non sarà più costretto a partire”. Ma non faceva mai centro e capiva da solo che quel dolore si sarebbe ripetuto mille volte ancora.

Ho perso le tracce di Geremia. Non lo vedo da quando sono partito dal paese per frequentare l’università. Lui si è trasferito al Nord subito dopo la mia partenza. Ha lavorato in una fabbrica di tubi per metanodotti e cose del genere. Non l’ho più visto.

Di lui ricordo la generosità serena e le risate rare che partivano dai suoi occhi quando accadeva qualcosa di divertente a scuola. E poi ricordo un episodio strano che avevo dimenticato e che è riaffiorato dall’oblio, miracolosamente, mentre scrivevo di lui e della sua bella famiglia.

Accade che, alla fine degli anni Settanta, le famiglie più ricche del paese comprassero i primi televisori a colori. Noi adolescenti cercavamo di farci invitare da chi ne possedeva uno quando trasmettevano una partita della nazionale di calcio o qualche evento di particolare importanza. Era bellissimo vedere finalmente i calciatori correre in maglia azzurra sull’erba verde dello stadio e misurarsi con i calciatori olandesi, in maglia arancione, o con quelli spagnoli, in maglia rossa.

Una volta, alla fine di una partita del campionato mondiale, Geremia, nel chiasso provocato dai mille commenti a caldo dei tanti frequentatori del bar, mi confidò il segreto di una sua grande delusione: non aveva visto i colori della Tv. “Non dirlo a nessuno – mi disse – ma era come se fossi a casa mia, a vedere la partita al mio televisore in bianco e nero”. Eppure vedeva i colori di tutte le altre cose: dei ghiaccioli, della pubblicità delle patatine, della automobili parcheggiate lì fuori, dei nostri vestiti.

A quell’età, qualsiasi episodio che sa di miracoloso riempie l’anima e provoca una curiosità senza fine. Provai a fargli qualche domanda e qualche esperimento per capire cosa fosse successo ma tutto rimase nel mistero e nella delusione più amara. Geremia aveva visto in bianco e nero la partita mentre tutti noi l’avevamo vista a colori.

Non parlai mai a nessuno di quell’episodio, così come Geremia mi aveva pregato di fare, e dimenticai tutto fino a qualche giorno fa quando un amico comune mi ha messo al corrente della morte del mio amico d’infanzia.

Ho saputo che si era sposato, subito dopo l’arrivo al Nord, si era separato presto e non aveva avuto figli. È morto solo, in un ospedale a mille chilometri di distanza dal luogo in cui è nato. I fratelli non sono riusciti ad assisterlo nella malattia ma sono andati a riprenderlo quando è morto. Lo hanno seppellito nel cimitero del nostro paese.

Andrò a portargli un fiore, quando tornerò per le vacanze estive, e cercherò di ricordare il suo viso giovane dalla foto che troverò sul marmo della lapide.

Giovanni Petta

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Era il quarto o il quinto di una famiglia di otto figli. La cosa strana era che il più grande dei suoi fratelli si chiamava Ottavio. Ottavio… pur essendo il primo. Era come se i genitori avessero programmato tutto e avessero poi messo in atto il piano famigliare. Geremia era a metà della classifica per età che si poteva fare con quella serie di ragazzi meravigliosi, ognuno con una sua particolarità, ognuno con un carattere ben definito.

Il filo che li teneva insieme era la somiglianza fortissima tra di loro, una somiglianza fatta di carnagione scura e occhi nerissimi. Chiunque, nel vederli insieme, li avrebbe riconosciuti come fratelli.

Geremia si ritrovava in quella famiglia con un nome che non capiva e che nessun altro bambino del paese aveva. Nella piccola comunità in cui viveva, il suo nome sembrava un po’ ridicolo e lo esponeva spesso a qualche presa in giro che lo faceva soffrire.

Il papà di Geremia viveva in Francia. Era partito con altri emigranti alla metà degli anni Sessanta. Forse era partito con il proposito di fare fortuna e di chiamare successivamente a sé il resto della famiglia che, al momento della partenza, non era ancora così numerosa. Nel corso degli anni, era tornato raramente e quasi ad ogni ritorno aveva lasciato nella moglie il seme per incrementare sempre di più la famiglia.

In paese si diceva che il papà di Geremia avesse un’altra donna e forse altri figli in Francia e che il lavoro che faceva era molto faticoso. Si diceva che l’uomo si sottoponesse a turni di lavoro durissimi per mantenere se stesso e le due famiglie.

La mamma di Geremia viveva nel decoro più assoluto e non si poneva domande. Né ne faceva al marito quando l’uomo tornava a casa né scriveva i suoi dubbi nelle lettere rarissime che spediva dall’ufficio postale del piccolo paese. Nonostante le lunghe assenze del marito, la donna non aveva mai fatto parlare di sé. Mai i suoi comportamenti erano stati oggetto delle malelingue del paese.

La casa, che la donna curava con dedizione, era in affitto ed era situata a poca distanza dalla piazza. Era una casa su due piani. Al piano terra c’era la cucina con un caminetto che veniva usato, per tutto l’inverno, per riscaldare l’ambiente e per cucinare. C’era un televisore in bianco e nero, collegato a uno stabilizzatore grigio che evitava danni all’apparecchio quando arrivavano sbalzi di corrente dalla rete elettrica privata che serviva le abitazioni del paese.

Dalla cucina si accedeva a uno scantinato in cui la mamma di Geremia conservava le marmellate, il passato di pomodoro, i sottaceti, i sottoli e i succhi di frutta che lei stessa preparava. Al piano di sopra c’erano tre camere da letto. I figli più grandi dormivano, divisi per sesso, nelle due stanze più piccole. Nella camera matrimoniale dormiva la mamma con i due figli nati da poco.

Nelle rare occasioni in cui il papà tornava in Italia e dormiva con loro, i due bambini più piccoli si spostavano nella camera dei fratelli grandi ed era una gioia indescrivibile per tutti dormire sotto  lo stesso tetto con la famiglia al completo.

Quando il papà era sul punto di tornare, si annunciava con una lettera che apriva un periodo di attesa e metteva tutti in fibrillazione.

La mamma smontava e rimontava la casa, puliva e ripuliva ogni angolo, saliva su sedie e tavoli per arrivare, con strofinacci ricavati dalla biancheria più vecchia, nelle parti altre dei mobili e sui piatti di ceramica che sovrastano le lampadine e fungevano da lampadari.

Anche i ragazzi partecipavano alla preparazione dell’arrivo del papà. Sistemavano le loro cose, i giocattoli costruiti con la fantasia, i libri di scuola e si godevano il prurito leggerissimo che sentivano ogni volta che pensavano a ciò che stava accadendo.

La severità di quell’uomo e la sua lontananza lo facevano un eroe, un personaggio epico, agli occhi dei figli. Così, quando arrivava, non c’era mai il chiasso festoso che uno può immaginare ma si faceva subito silenzio, un silenzio bello e allegro. L’uomo apriva le valigie e da lì venivano fuori regali meravigliosi. Erano soprattutto cioccolate giganti con incarti coloratissimi e scritte in francese che era divertente leggere in italiano. Per la mamma c’era sempre un regalo più prezioso e spesso così originale che difficilmente poteva essere indossato o usato dalla donna nella quotidianità del paese di montagna in cui vivevano.

Quando si mettevano a tavola era bellissimo. La mamma riempiva i piatti con pietanze che venivano preparate solo in occasioni importanti: pasta con il sugo di agnello, poi l’agnello utilizzato per il sugo e tanti contorni fatti con le patate e gli ortaggi che la donna coltivava nel piccolo terreno adiacente la casa e con le melanzane e i peperoni sott’olio o sott’aceto preparate nella giusta stagione.

A tavola non si parlava molto: i figli erano intimoriti e intimiditi dalla presenza di quell’uomo grosso e silenzioso. Il papà e la mamma, da parte loro, erano di carattere riservato. Forse il numero delle parole che si erano scambiati per lettera era maggiore di quello delle parole che si erano detti a voce nel corso di tutta la loro esistenza.

Geremia mangiava con appetito e aveva l’impressione che i colori della tovaglia, dei mobili e delle magliette indossate dai fratelli, fossero più intensi del solito. Probabilmente, diceva a se stesso, era perché la mamma aveva pulito anche la lampadina.

Quando i bambini si mettevano a letto non riuscivano subito a prendere sonno. Avrebbero voluto saltare sui letti per scaricare la gioia che provavano ma nessuno di loro lo faceva nel timore di un rimprovero o anche solo per non disturbare il papà che aveva viaggiato a lungo per trascorrere qualche giorno con loro.

Geremia si godeva, tra le lenzuola, quella sensazione di sicurezza e di protezione e pregava in silenzio affinché suo padre non ripartisse. Sperava che accadesse qualcosa e che suo padre fosse costretto a rimanere con lui per sempre.

Ma ciò non accadeva mai. Suo padre non rimaneva mai per più di una settimana e quando ripartiva scendeva su tutti loro una tristezza densa e pastosa. Mai un a lacrima però veniva versata. Nemmeno dai figli più piccoli. Il giorno prima della partenza, la mamma aiutava suo marito a preparare le valigie che erano vuote dei regali dispensati e venivano riempite con la biancheria rimessa a nuovo e con le conserve, i salumi e i formaggi acquistati dai pastori e dai contadini del paese.

Il giorno della partenza, i bambini si mettevano in fila per essere salutati ma non c’erano baci. L’uomo non baciava mai si suoi figli. Borbottava qualcosa di incomprensibile, passava la mano sul capo di qualcuno di loro, a caso, e si infilava velocemente nell’auto che un vicino di casa metteva a disposizione per il viaggio verso la stazione ferroviaria più vicina.

I bambini osservavano la macchina che si allontanava e tornavano in casa, alle loro occupazioni. Ognuno di loro aveva un gioco per vincere la sofferenza che prendeva alla gola e allo stomaco. Geremia aveva un arco con le frecce. E un bersaglio che aveva disegnato e colorato da solo su un pezzo di cartone recuperato nella discarica del paese. Mirava concentrato e diceva tra sé: “Se faccio centro papà non sarà più costretto a partire”. Ma non faceva mai centro e capiva da solo che quel dolore si sarebbe ripetuto mille volte ancora.

Ho perso le tracce di Geremia. Non lo vedo da quando sono partito dal paese per frequentare l’università. Lui si è trasferito al Nord subito dopo la mia partenza. Ha lavorato in una fabbrica di tubi per metanodotti e cose del genere. Non l’ho più visto.

Di lui ricordo la generosità serena e le risate rare che partivano dai suoi occhi quando accadeva qualcosa di divertente a scuola. E poi ricordo un episodio strano che avevo dimenticato e che è riaffiorato dall’oblio, miracolosamente, mentre scrivevo di lui e della sua bella famiglia.

Accade che, alla fine degli anni Settanta, le famiglie più ricche del paese comprassero i primi televisori a colori. Noi adolescenti cercavamo di farci invitare da chi ne possedeva uno quando trasmettevano una partita della nazionale di calcio o qualche evento di particolare importanza. Era bellissimo vedere finalmente i calciatori correre in maglia azzurra sull’erba verde dello stadio e misurarsi con i calciatori olandesi, in maglia arancione, o con quelli spagnoli, in maglia rossa.

Una volta, alla fine di una partita del campionato mondiale, Geremia, nel chiasso provocato dai mille commenti a caldo dei tanti frequentatori del bar, mi confidò il segreto di una sua grande delusione: non aveva visto i colori della Tv. “Non dirlo a nessuno – mi disse – ma era come se fossi a casa mia, a vedere la partita al mio televisore in bianco e nero”. Eppure vedeva i colori di tutte le altre cose: dei ghiaccioli, della pubblicità delle patatine, della automobili parcheggiate lì fuori, dei nostri vestiti.

A quell’età, qualsiasi episodio che sa di miracoloso riempie l’anima e provoca una curiosità senza fine. Provai a fargli qualche domanda e qualche esperimento per capire cosa fosse successo ma tutto rimase nel mistero e nella delusione più amara. Geremia aveva visto in bianco e nero la partita mentre tutti noi l’avevamo vista a colori.

Non parlai mai a nessuno di quell’episodio, così come Geremia mi aveva pregato di fare, e dimenticai tutto fino a qualche giorno fa quando un amico comune mi ha messo al corrente della morte del mio amico d’infanzia.

Ho saputo che si era sposato, subito dopo l’arrivo al Nord, si era separato presto e non aveva avuto figli. È morto solo, in un ospedale a mille chilometri di distanza dal luogo in cui è nato. I fratelli non sono riusciti ad assisterlo nella malattia ma sono andati a riprenderlo quando è morto. Lo hanno seppellito nel cimitero del nostro paese.

Andrò a portargli un fiore, quando tornerò per le vacanze estive, e cercherò di ricordare il suo viso giovane dalla foto che troverò sul marmo della lapide.

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