Riflessi – un racconto di Giordano Vezzani (LA Edizioni premio critica)

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Osservava le immagini riflesse sulla superficie. L’acqua pareva racchiudere in sé, come un simulacro, l’immagine scomposta. Mentre il lavatoio le restituiva una fanciulla sorridente e fresca come l’odore della soda, lo stagno al contrario le mostrava un vasto abisso di torba, la dissolvenza di un mondo capovolto dietro il quale l’azzurro del cielo campiva spazi a malapena percepibili e i riflessi lasciavano alle cose la vitalità struggente della luce lunare. Le mani diafane di una giovane donna con il mento posato sul petto, accarezzavano una robusta treccia di orzo maturo.
Talvolta con gli occhi perduti nell’indistinto liquido temeva di scorgere il soldato francese che la leggenda voleva qui affogato con il suo cavallo.
Il luogo di per sé non incuteva timore, reso ameno dalle moltitudini di uccelli acquatici che popolavano i canneti. I salici e i giovani ontani diffondevano una luce soffusa.
Quando si avvicinava a piccoli passi e s’inginocchiava su una pietra affiorante con le bestie assetate al suo fianco, sentiva crescere lo sgomento misto a stupore e desiderio a causa della superficie dello stagno che si perdeva in frantumi. Così vi gettava dei fiori intrecciati con steli d’erba e attendeva trepidante che la ghirlanda sparisse risucchiata sotto il pelo dell’acqua. Se sfiorava con le dita quell’altra mano riflessa, tanto più esangue della sua, che sfumava nel tremolio dell’altra figura, le onde generavano vibrazioni concentriche e la invitavano a distendersi su quella superficie piana e a lasciarsi risucchiare dalle sue vaghe promesse. Se v’immergeva i polpastrelli o parte della mano, le sensazioni si facevano esaltanti emozioni oppure oscuri presentimenti.
Non temeva le creature del fondo limaccioso, non il pesce gatto indolente, non le alborelle nervose che schizzavano rapidi bagliori. Si sentiva invece come priva di peso attratta dai riflessi ammiccanti. Si rovesciò così incorporea sotto la superficie dello stagno. Con movimenti rotatori naturali, guizzanti, repentini, si mise a percorrere lo stagno in tutte le direzioni, senza una traiettoria precisa ma incessante e tormentata come quella di certi insetti.
Con un colpo di reni ribaltò la prospettiva. Ora intuiva la chiara visione dell’azzurro del cielo, del verde della vegetazione e tutto il carosello che movimentava il buio lattiginoso sotto di lei, intenso e spesso come le particelle di torba. Come le accadeva da bambina sulle giostre o sull’altalena, i rapporti con le cose si spostavano su un piano fisico diverso. Continuò a percorrere traiettorie iperboliche, il riflesso abissale della sua voglia di esistere.
Sulla riva del lago un giovane, dall’aria malinconica, la stava fissando con un sorriso di intesa. Seduto sui talloni, teneva le palme delle mani protese al contatto con l’acqua. Nuotò sino a che le loro mani s’incontrarono. Lui l’avrebbe resa prigioniera per sempre del suo vorticoso vagare sotto la superficie dello stagno. Ma era giusto così, rassicurante come una verità che si palesa.
Vicino al giovane un cavallo marezzato con la gualdrappa da parata si dissetava.

Giordano Vezzani

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