LA PAROLA E LA MASCHERA di Antimo Ceparano - Letteratura Alternativa

LA PAROLA E LA MASCHERA di Antimo Ceparano

Lei calò dal cielo. Era una tranquilla giornata di un tranquillo giorno di un tranquillo anno. Il tempo ha seppellito quel tempo dietro una coperta piena di sangue e di gioia, perché io c’ero ed ero un seme chiuso in altri semi e dopo, dal momento in cui lei è calata, ho visto cose che mi hanno stupito e altre che mi hanno inorridito.

Fino al momento in cui Lei calò dal cielo ho vissuto senza andare oltre il giorno: partivo al mattino, quando mi svegliavo. Raccoglievo la frutta e le erbe e poi mi guardavo intorno in attesa di qualunque cosa che non fosse una belva o un serpente troppo grosso. Ero nudo e non lo sapevo perché non avevo maschere che mi coprissero l’anima. Dimenticavo! Allora non sapevo di avere un’anima.

La vidi calare lentamente, ma non dal cielo, perché lei calava dalla terra al cielo e per me era la prima volta che osservavo che c’era un cielo. Lei cominciò a salire, o meglio a calare verso il cielo dove mi trovavo su di un albero, con i piedi attaccati a un ramo e con la testa all’ingiù. Lei veniva verso di me e io mi trovavo in un mondo diverso, contrario a quello in cui ero vissuto fino a quel momento. Cominciavo a pensare al giorno precedente e a quello che avrei fatto in quello seguente e provai dolore quando il mio pene strofinò la corteccia dell’albero: decisi di coprirlo quando sarei sceso dall’albero. Lei, intanto, mi si avvicinava sempre di più e quando fu vicino alla mia bocca si fermò in attesa: non era bella poiché non riuscivo a vederla ma mi piaceva e pensai che fosse necessario mangiarla. Aprii la mia bocca e lei vi entrò portando qualcosa che non riesco a descrivere. Vidi le cose farsi nuove e la mia anima indossarne i colori, capii che avevo un’anima e che questa indossava, o meglio cominciava a indossare infinite maschere: cominciavo a piangere quando pensavo alla femmina che mi aveva dato il latte, quando ero piccolo, e, al contrario, a ridere quando correvo incontro alla femmina per giocare fino a che dal mio pene colasse il liquido che da piacere.

Dal profondo del mio corpo uscì un suono strano, che non avevo mai udito e che volle dare un nome a qualcosa che in quel momento mangiavo “ wruth!” , somigliava a un rutto ma era lei, che era calata nel mio corpo e che era diventata suono. Lei mi era ormai figlia! Era in me e io in lei…

Vi è un momento che la divinità propria ti appare insopportabile, quasi un peso eccessivo, e ti accorgi che sei dio come la mano diventa portatrice di corrente elettrica quando tocca la corrente elettrica e ne riceve l’elettricità. La tua divinità diventa un dono da conquistare e non è affatto un qualcosa di innato in te. Fai tante cose, come vedere, toccare, gustare, sentire, camminare, amare, pensare, qualche volte odiare, soffrire, gioire, provare emozioni. L’insieme di queste cose ti fanno sentire un dio. Avverti che puoi modificare ciò che ti circonda e per te non esistono più barriere. Ti ergi a giudice supremo di tutto e di tutti e arrivi persino a mettere in discussione l’autorità suprema del Dio vero e non di quello misero quale tu sei.

Vi è stato un momento che come dio mi sentivo molto meno che un mortale, anzi avvertivo in me la stronzaggine degli idioti. Fu quando mi accorsi che il mondo soffriva e che mentre per me tutto, o quasi, scorreva bene e che i giorni si alternavano tra di loro senza portare, per me, eccessivi problemi, la realtà che mi circondava era ben altra: famiglie intere vivevano senza la necessaria sussistenza, altre famiglie avevano al loro interno dei membri gravemente ammalati, altre ancora figli drogati… nuclei familiari che si sfasciavano e coniugi che poco prima si amavano, ora si odiavano, e a volte per ragioni futili.

Allora dio era segretario di un’associazione per la tutela dei disabili e venne a conoscenza che il presidente rubava sulle quote destinate ai disabili. Lo denunciò chiedendo spiegazioni e gli fu risposto che poteva partecipare al banchetto, ai danni dei sofferenti. Fu allora che dio divenne irato e fece in modo da chiudere quel covo di malviventi. Aveva creduto tanto in quel progetto! E gli umani lo avevano deluso.

Questa era il palcoscenico in cui dio decise di chiudere il proscenio e di passar a miglior vita. Ma ecco, che proprio quando Dio sembrava tacere, rivelò se stesso.

 

Nel tempo ho capito che lei,  nei millenni e millenni passati, ha donato a noi umani una maschera che ci fa essere degli dèi e che quando la isoliamo e la releghiamo nel cielo e non nella terra, dalla quale è nata, torniamo a essere l’irrazionale ominide che stava con la testa penzolone dall’albero e attendeva di mangiarla. Per questo la amo.

Antimo Ceparano, autore di Cattura il perdono edito da Letteratura Alternativa

Iscriviti alla nostra
NEWSLETTER!